martedì 6 agosto 2013

Sono ragazzi

Da alcuni giorni l’on. Fico, Presidente della Commissione di Vigilanza RAI eletto nelle file del Movimento 5 stelle, si lamenta in tutte le sedi e le interviste che rilascia perché ha chiesto alla RAI l’elenco dei suoi fornitori e questa gli ha risposto picche.
Per la verità un elenco glielo ha fornito e cioè l’albo fornitori, come dire l’elenco di tutti coloro che hanno chiesto di poter lavorare per la RAI e sono stati censiti in quell’albo. Qualcosa di molto simile ad un piccolo estratto dell’elenco telefonico.
Qualcuno alla RAI deve avere uno spiccato senso dell’umorismo.

La legge 103/75 stabilisce che la Commissione Parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi ha i seguenti poteri:
·        formula gli indirizzi generali per l'attuazione dei principi di cui all'articolo 1 , per la predisposizione dei programmi e per la loro equilibrata distribuzione nei tempi disponibili;
·        controlla il rispetto degli indirizzi e adotta tempestivamente le deliberazioni necessarie per la loro osservanza;
·        stabilisce, tenuto conto delle esigenze della organizzazione e dell'equilibrio dei programmi, le norme per garantire l'accesso al mezzo radiotelevisivo e decide sui ricorsi presentati contro le deliberazioni adottate dalla sottocommissione parlamentare di cui al successivo articolo 6 sulle richieste di accesso;
·        disciplina direttamente le rubriche di tribuna politica, tribuna elettorale, tribuna sindacale e tribuna stampa;
·        indica i criteri generali per la formazione dei piani annuali e pluriennali di spesa e di investimento facendo riferimento alle prescrizioni dell'atto di concessione;
·        approva i piani di massima della programmazione annuale e pluriennale e vigila sulla loro attuazione;
·        riceve dal consiglio di amministrazione della società concessionaria le relazioni sui programmi trasmessi e ne accerta la rispondenza agli indirizzi generali formulati;
·        formula indirizzi generali relativamente ai messaggi pubblicitari, allo scopo di assicurare la tutela del consumatore e la compatibilità delle esigenze delle attività produttive con la finalità di pubblico interesse e le responsabilità del servizio pubblico radiotelevisivo;
·        analizza, anche avvalendosi dell'opera di istituti specializzati, il contenuto dei messaggi radiofonici e televisivi, accertando i dati di ascolto e di gradimento dei programmi trasmessi;
·        riferisce con relazione annuale al parlamento sulle attività e sui programmi della commissione;
·        elegge dieci consiglieri di amministrazione della società concessionaria secondo le modalità previste dall’art.8;
·        esercita le altre funzioni ad essa demandate dalla legge.

I principi di cui all’art. 1, citati nel primo punto, sono: “La indipendenza, l'obiettività e l'apertura alle diverse tendenze politiche, sociali e culturali, nel rispetto delle libertà garantite dalla Costituzione”.

L’on. Fico dovrebbe quindi studiarsi i poteri della Commissione che presiede e capire che non è la Guardia di Finanza che può andare a controllare la gestione ordinaria della RAI.

Ma si sa, sono ragazzi.

Gli specchi scivolosi

Tentare di arrampicarsi sugli specchi è notoriamente una attività complessa. Se poi questo tentativo è eseguito da qualche supporter berlusconiano per tentare di salvare in extremis il proprio padrone, diventa una attività impossibile perché gli specchi diventano molto scivolosi.

Ci vogliamo riferire alla richiesta dell’on. Brunetta di non applicare al caso della condanna di Silvio Berlusconi la legge anticorruzione in quanto la sua applicazione sarebbe illegittima dato che il reato attribuito è antecedente alla emanazione della legge (2012) e la Costituzione vieta la retroattività delle norme penali (Art. 15 – comma 2 : Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso).

Consigliamo all’on. Brunetta la lettura della sentenza del Consiglio di Stato n. 695/2013 del 6 febbraio 2013 in ordine all’immediata applicabilità del decreto legislativo n. 235/2012 concernente il Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilita’ e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, a norma dell’articolo 1, comma 63, della legge 6 novembre 2012, n. 190.

Si tratta del ricorso di un candidato alle elezioni regionali del 24/25 febbraio 2013 che si era visto cancellato dalle liste elettorali perché aveva subito una condanna relativa ad un reato antecedente l’entrata in vigore del Dlg 235/2012, la cosiddetta legge Severino.

La sentenza dice fondamentalmente tre cose.

La prima è che il comma 2 dell’art. 15 della Costituzione si applica alle leggi penali. Una legge si dice penale se prevede la reclusione, l’arresto, la multa o l’ammenda. Il Dlgs 235/2012 non è una legge penale e quindi il richiamo al citato articolo non è condivisibile.

Il secondo aspetto è che il Dlgs parla di “sopravvenuto” motivo di incandidabilità, e cioè la condanna, senza riguardo alcuno al momento in cui è stato eseguito il reato.

Infine la sentenza chiarisce che “l’applicazione della richiamata disciplina … pur se con riferimento a requisiti soggettivi collegati a fatti storici precedenti, non dà la stura ad una situazione di retroattività ma costituisce applicazione del principio generale tempus regit actum che impone, in assenza di deroghe, l’applicazione della normativa sostanziale vigente al momento dell’esercizio del potere amministrativo”.

 L'on. Brunetta e soci ne devono inventare un'altra.

domenica 4 agosto 2013

Memoria corta

Come ogni buon condannato, Silvio Berlusconi si professa innocente perché nulla sapeva del sistema con cui venivano sottratti denari dalle casse di Mediaset con la falsa intermediazione di un suo amico americano.
E’ strano che egli neghi oggi quello che, in qualche modo, ha ammesso non molto tempo fa.
Era il tempo del processo per la corruzione del magistrato che scrisse la sentenza Mondadori e tutto ruotava attorno ad una ingente somma di denaro che Berlusconi aveva girato a Cesare Previti e che quest’ultimo aveva diviso in due parti eguali fra il magistrato in questione ed un suo collega romano che probabilmente aveva fatto da tramite.
Nel corso del processo Cesare Previti sostenne che la somma ricevuta era solo il pagamento di una sua parcella ed il fatto che avesse girato la somma ai due magistrati nasceva solo da rapporti economici personali che nulla avevano a che fare con il processo Mondatori.
Dinanzi ad una simile dichiarazione il magistrato che presiedeva il processo gli pose una domanda che suonava più o meno così: “In tutti gli atti di questo processo non è presente neppure un foglio che porti la sua firma. Nessuna memoria legale, nessuna lettera e nessuna parcella. Come fa quindi lei a dirci che quei soldi erano il pagamento di una parcella dato che non esiste alcuna evidenza di una sua attività professionale in favore di Silvio Berlusconi e delle sue società?”
Cesare Previti rispose all’incirca in questi termini: “Io ho gestito tutta la definizione delle strategie legali di Fininvest sin dal suo nascere. Lei non trova documenti firmati da me in quanto io mi ero accordato con Fininvest per essere pagato estero su estero. Io quindi predisponevo i documenti che poi venivano firmati da un giovane avvocato del mio studio. Finivest mi pagava le parcelle sul mio conto in Svizzera”.
Mi permetto di usare il virgolettato in quanto questa parte del processo fu presentata in televisione, nell’ambito di più telegiornali, e quindi posso riportare il concetto con sufficiente precisione.
Giova ricordare come, per ammissione dello stesso Previti, gli avvocati che lo difendevano in quel processo fossero pagati da Fininvest e che l’ammissione di quella evasione fiscale non costituisse pericolo dato che era ormai prescritta. In ogni caso né Finivest né Silvio Berlusconi smentirono quelle dichiarazioni alle quali i magistrati in qualche modo credettero dato che Berlusconi fu estromesso dal processo grazie alla concessione delle attenuanti generiche dovute alla considerazione, espressa dagli stessi magistrati, secondo cui “Silvio Berlusconi era abituato a pagare parcelle rilevanti e quindi poteva non aver capito se quella richiesta economica era solo il pagamento di una parcella o il denaro necessario per corrompere i magistrati”.
Il buon Cesare Previti, diremmo anzi l’ottimo Cesare Previti, fornì anche la prova del fatto che quel patto truffaldino fu effettivamente posto in essere. Essendo anche accusato di aver intrattenuto rapporti con un noto malavitoso ne spiegò il senso spiegando che, a causa di quella forma di pagamento, lui non aveva disponibilità economiche in Italia e quindi, per le sue necessità quotidiane, era costretto a servirsi dei servigi di quel personaggio che andava in Svizzera e tornava con i contanti.
Cesare Previti aveva quindi reali disponibilità economiche in Svizzera che derivavano dai pagamenti che riceveva da Fininvest.

Io non so cosa vi ha raccontato vostra madre sui grandi segreti della vita. Mia madre, che era una gran donna, mi diceva sempre: “Figliolo ricordati che i soldi in nero nei conti esteri dei grandi lestofanti non li porta la cicogna. La cicogna porta solo i bambini. I soldi nei conti esteri arrivano solo sulla base di un furto. Si rubano i soldi dalle casse di una società, con false fatturazioni o false triangolazioni di intermediari compiacenti, e questi complici esteri trattengono la loro percentuale e ti accreditano il resto nei tuoi conti esteri”.

La circostanza che fra Cesare Previti e Silvio Berlusconi fosse stato concordato di pagare le parcelle estero su estero dimostra allora come quest’ultimo fosse perfettamente consapevole di disporre di conti esteri da cui poter emettere i pagamenti ed anche del fatto che esistesse un consolidato sistema predatorio che sottraeva illecitamente denari dai conti di Fininvest e/o Mediaset e li faceva affluire nei suo conti esteri.

La Procura di Milano ha sostenuto l’esistenza di questo sistema predatorio e lo ha fatto risalire ad un progetto criminoso posto in essere da Silvio Berlusconi. La Corte di Cassazione gli ha dato ragione.

Silvio Berlusconi ha allora la memoria corta quando adesso sostiene di non sapere nulla di certe strane operazioni che avvenivano nelle sue società.